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Galusè

Le launeddas, anima dei sardi

Il celebre strumento sardo e la sua storia antica raccontati attraverso la preziosa testimonianza del Dott. Ermenegildo Lallai

Lo scrittore  francese Gaston Vuillier  raccontando nel libro “La Sardaigne par Gaston Vuillier” il viaggio compiuto nell’Isola nel 1890 scrive di aver sentito, durante un trasferimento tra i paesi del Campidano di Cagliari,  “une musique charmante” che “ me fit detourner la tete. Un tableau superbe ètait devant mes yeux”.

La musica che tanto aveva colpito Vuillier proveniva dallo strumento musicale tipico della Sardegna, le launeddas, che da tremila anni è presente nell’Isola ed ha accompagnato col suo suono bello e sofisticato (secondo la traduzione della parola charmante) la storia tribolata e la vita  stessa dei sardi.

Al IX secolo avanti Cristo risale, infatti, secondo il Prof. Giovanni Lilliu, il più importante studioso ed esperto del periodo di storia sarda noto come  civiltà nuragica (1500 -500 avanti Cristo), il bronzetto  esposto nel Museo Nazionale di Cagliari, meglio conosciuto come “aulete itifallico”, che riproduce, con dovizia di particolari,  un uomo che suona uno strumento musicale del tutto identico alle launeddas che ancor oggi vengono utilizzate in Sardegna.

Is sonus de canna”, così come sono anche chiamate le launeddas, appartengono alla “famiglia” dei clarinetti e più specificamente degli aerofoni risonanti nei quali il suono è ottenuto dal fiato del suonatore che, attraverso le ance, produce la vibrazione dell’aria nelle cavità degli strumenti.

Relativamente al fiato è necessario ricordare che i musicisti utilizzano la tecnica del fiato continuo che consiste nell’inspirare l’aria dal naso, accumularla nelle guance e alimentare senza pausa il suono.

Le launeddas   costruite con canne palustri, sono  composte di tre calami di differente lunghezza: il bordone (basciu o tumbu) che emette la nota che è alla base dell’accordo, la mancosa con cinque fori, usata per accompagnare la melodia che viene suonata con la mancosedda, anche questa con  cinque fori. I fori  mediante la loro apertura e chiusura  da parte delle dita del suonatore  consentono la interpretazione dei  brani musicali.

E’ da precisare che i 10 fori della mancosa e della mancosedda emettono, con la sola eccezione di due, note tra di loro differenti, il che consente al musicista di disporre di ben nove note diverse.

Quest’ultima caratteristica dimostra che le launeddas, al contrario dell’arghul egiziano, sono sicuramente il primo strumento polifonico apparso nel Mediterraneo  in quanto il suonatore può emettere  simultaneamente  note differenti, di diversa altezza, ma capaci di produrre un suono armonioso.

Ma come uno strumento risalente a tremila anni può essere ancora attuale e capace di suscitare nei sardi, ancora oggi, forti emozioni?

Le launeddas devono essere inserite nel vastissimo mondo della musica popolare che interpreta, come sostiene Bela Bartok, la sensibilità musicale e il carattere stesso di una comunità.

La musica popolare, in particolare, attiene alla vita, alla storia, alle tradizioni di un gruppo etnico, ha quasi sempre origini anonime e non è perciò riconducibile all’impegno artistico, all’estro o alla preparazione tecnico culturale di un compositore.

Tale musica proprio perché espressione “istintiva” dell’anima popolare predispone, come scriveva Cervantes nel Don Chisciotte, “los animos descompuestos e alivia los trabjos que nacen del espiritu” ( la musica rasserena gli animi turbati e allevia i travagli dello spirito).

Ogni comunità o territorio ha una sua musica che sintetizza il carattere del popolo e dell’etnia di cui è espressione.

Gli “jodle” fotografano la riservatezza dei Tirolesi e i canti  richiamano l’effetto eco delle montagne, il “Fado” esprime il carattere melanconico dei Portoghesi, il “Flamenco” il sangue caliente degli Spagnoli, la “Tarantella” l’allegria e la vivacità dei Campani, dei Calabresi e dei Siciliani.

Le musica popolare della Sardegna e le launeddas, esprimono mirabilmente il carattere riservato, moderatamente allegro ma non chiassoso dei sardi, hanno una loro specifica fisionomia  che le fanno apparire uniche  e che le differenziano da altre espressioni della musica tradizionale.

Le launeddas riescono a suscitare, come già detto, nel cuore dei Sardi straordinarie emozioni e sensazioni, forse perché, come è stato osservato da Gavino Gabriel, hanno  uno straordinario legame con l’ambiente della Sardegna: il loro caratteristico suono può essere considerato, infatti, una sintesi delle voci della natura dell’Isola. È possibile percepire i richiami degli animali al pascolo, il cinguettare degli uccelli, l’ululato del vento, il crepitio del fuoco e lo scorrere dell’acqua.

Si tratta probabilmente di una componente inconscia e di un richiamo alla natura insiti nell’animo e nel DNA dei sardi che giustifica la continua presenza nei secoli e l’attualità delle launeddas.

A testimonianza di quanto detto è necessario ricordare che le launeddas compaiono intorno al 1280 nelle Cantigas de Santa Maria. Opera straordinaria dovuta al re Alfonso X “El Sabio” nella quale le 412 composizioni mariane, comprendenti inni e descrizioni di miracoli attribuiti alla intercessione della Madonna, sono accompagnate da 2640 miniature molte delle quali riproducono gli strumenti musicali allora esistenti e utilizzati in Spagna e in Europa.

Nella miniatura della Cantiga 60 sono dipinti due suonatori di launeddas. E’ doveroso sottolineare per capire l’importanza della stessa miniatura che  i catalani aragonesi sono sbarcati in Sardegna  dopo 43 anni dalla pubblicazione delle Cantigas.

Ma l’aspetto che forse  più di ogni altro colpisce delle launeddas è che attraverso lo studio delle stesse è possibile acquisire notizie veramente importanti  sulla civiltà nuragica e in particolare su chi suonava lo  strumento.

Si può dire che dopo aver analizzatoi sonus de canna il suonatore  non è più un’anonima e lontana comparsa della nostra storia.

L’uomo che tremila anni fa suonava lo strumento aveva innanzi tutto una grande manualità: riusciva infatti a dare ai tre calami  la giusta lunghezza e   nella mancosa e nella mancosedda ricavava i fori per la digitazione distanziandoli tra di loro, secondo regole empiriche, in modo tale da ottenere armoniose sequenze  musicali.

Costruiva, inoltre, con un lavoro di grandissima precisione, le ance, che con le loro  vibrazioni  producono il suono degli strumenti. 

Ma oltre alla giusta distanziazione dei fori era ed è ancora necessario che le tre “canne” vengano tra di loro accordate mediante il dosaggio di piccole quantità di cera vergine che vengono posizionate  sulle linguette delle ance  in modo tale da rendere il suono più basso o più alto.

L’accordatura delle launeddas è ancora oggi uno dei problemi che preoccupano i suonatori in quanto l’umidità, il freddo, il caldo e il variare della temperatura rendono molto spesso l’operazione molto complicata.

Per capire meglio quanto detto si deve sottolineare che tremila anni fa non esistevano naturalmente  gli accordatori elettronici e che quindi il difficile accordo tra i tre calami, di fatto tre diversi ed autonomi strumenti, veniva ottenuto solo ed unicamente attraverso la sensibilità dell’orecchio del costruttore suonatore che, proprio per la complessità stessa dello strumento, aveva una conoscenza, sicuramente empirica, dei principi della polifonia.  Significativo al riguardo  è il fatto che ancora oggi  per indicare “is sonus de canna”  si usa l’espressione “cunzertu” che meglio di ogni altro concetto rende l’idea della completezza musicale dello stesso.

La manualità e l’orecchio del costruttore suonatore non erano naturalmente fine a se stessi ma  la naturale premessa che gli consentiva   di esprimersi musicalmente.

Quanto detto porta a dedurre che il musicista  nuragico, oltre ad essere  riuscito  nel sempre difficile compito di dominare il suono era inoltre capace, grazie ad una evidente capacità musicale,  di esprimersi con lo strumento interpretando motivi e sequenze musicali che quasi sicuramente egli stesso componeva.

Ci si chiede perché l’uomo di tremila anni fa sentisse la necessità di suonare.  Si può molto razionalmente pensare che il pastore cercasse di superare la  solitudine, la monotonia e  il silenzio della sua vita utilizzando uno strumento completo (Cunzertu) e non uno più semplice come su “sulittu” che gli desse però la sensazione di essere in compagnia.

Ma forse il suonatore riprodotto nel bronzetto nuragico poteva essere un sacerdote o anche lo stesso pastore che intendeva con la sua musica mettersi in contatto con il suo Dio.

In ogni caso nell’uomo nuragico emerge una straordinaria capacità di comunicare, di esprimere i suoi sentimenti e la sua creatività attraverso la musica e questo nonostante i millenni lo rende a noi molto vicino.

Ermenegildo Lallai*

*Già Funzionario Dirigente del Consiglio Regionale della Sardegna, studioso e appassionato di Tradizioni della Sardegna, membro-fondatore dell’Associazione “Cuncordia a Launeddas” e ……  AMICO DI GALUSE’ !

Associazione “Cuncordia a Launeddas”: www.cuncordia.it

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